Rientrare dalle vacanze è sempre cosa poco gradita.
Soprattutto quando ad accoglierti a casa ci sono un padre e una madre (mio padre è una cosa a parte. È sempre stato un po' sulle sue, distratto e disinteressato, ma non intenzionalmente. Non riesco ad avercela con lui) che sembrano averti visto 10 minuti fa, non 10 giorno fa.
Non dico di aspettarmi festoni, vitello grasso immolato e cornamuse, però uno straccio di "com'è andata? Dai, racconta!", "Ehi, ma sei abbronzatissima eh!", una minima predisposizione all'interazione, al dialogo e all'ascolto sì. Cazzo.
Arrivo a casa e mi sembra di essere in un recinto.
Tutta sola.
Mi chiedo se a livello psico-somatico questa assenza di parole, di scambi, di affetto possa avere ripercussioni gravi,
del tipo, chessò, che mi sveglio con la coda da ermellino e le orecchie da elfo. Che mi vengono uno sfogo pruriginoso in faccia e i capelli color pantegana.
O più semplicemente, che il banale e persistente senso di in-appartenenza melanconica ogni volta che giro la chiave nella toppa e so che i miei non sono nel buen retiro montano, non passi mai.
giovedì 1 agosto 2013
mercoledì 17 luglio 2013
... che un giorno vorrei dirle a TE.
"I vow to help you love life, to always hold you with tenderness and to have the patience that love demands, to speak when words are needed, and to share the silence when they are not, to agree to disagree on red velvet cake, and to live within the warmth of your heart and always call it home."
"I vow to fiercely love you in all your forms, now and forever. I promise to never forget that this is a once in a lifetime love. I vow to love you and no matter what challenges might carry us apart, we will always find a way back to each other."
Certe parole mi squagliano come un cornetto sotto al sole di agosto.
"I vow to fiercely love you in all your forms, now and forever. I promise to never forget that this is a once in a lifetime love. I vow to love you and no matter what challenges might carry us apart, we will always find a way back to each other."
Certe parole mi squagliano come un cornetto sotto al sole di agosto.
mercoledì 3 luglio 2013
28
(post assai più rilevante del precedente)
Oggi è il 28esimo compleanno di quella meraviglia che è tutto. Tutto.
AUGURI Amore mio, sappi che cercherò di regalarti una felicità ridicola e immensa ogni giorno, tutti i giorni della tua vita.
Ti amo sai
Oggi è il 28esimo compleanno di quella meraviglia che è tutto. Tutto.
AUGURI Amore mio, sappi che cercherò di regalarti una felicità ridicola e immensa ogni giorno, tutti i giorni della tua vita.
Ti amo sai
E i medicinali.
È vero, in questi 27 e un po' (un po' tanto) anni di vita sono stata praticamente una tester [n.b. tengo a precisare però che io, a differenza dei ratti, non ho così tanti peli. E nemmeno tanti baffi] per un buon 50% dei medicinali in commercio.
Lo ammetto.
Solo che poi uno cresce (invecchia) e si fa un po' di domande (paturnie) su quanto farebbe meglio limitare l'uso dei medicinali.
Si sa mai che un giorno arrivi a uno stato di degrado e disperazione tale da vedermi costretta a vendere un rene, voglio che il suddetto sia in buono stato. Che sennò me lo tirano dietro.
Dicevo, le medicine.
Negli ultimi mesi-annetti, devo dire che ho ristretto il consumo routinario a un paio: pillola (che non è il caso di rimanere gravida anzitempo) e paracetamol comprato a Londra da Boots alla bellezza di 64cents. Ah, Londra.
Insomma, fatto sta che un paio di settimane fa vado dalla dottoressa per questo fastidio davvero fastidioso allo stomaco e al petto prima e dopo i pasti (cioè praticamente costantemente): mi sentivo come se avessi ingoiato una rotoballa, che bloccava l'aria in entrata e mi dava continua sensazione di nausea e malessere.
La dottoresssa non c'era, in compenso c'era UN sostituto, un tizio dall'aria gioisa quanto il lunedì mattina di un addetto alle poste. Na tristezza unica insomma.
Beh, spiego con dovizia di particolari i sintomi, e questo tracotante ammasso di gioia di vivere biascica, senza neppure visitarmi, che si tratta di sindrome disp..dispte..dispteptica..insomma, una cosa simile. E mi prescrive un farmaco che farà passare tutto.
Esco dubbiosa assai, ma compro il farmaco. Ovvio.
Esco dubbiosa assai, ma compro il farmaco. Ovvio.
Allora, innanzitutto il "foglietto illustrativo" più che un foglietto è un mini bignami della Divina Commedia. Farmacisti e affini, non so voi ma io per foglietto intendo un volume di carta tipo uno strappo di carta igienica, un post-it, un bigliettino con le formule di matematica da scopiazzare in una verifica.
E invece, TUMM! Il papiro.
Secondariamente, gli EFFETTI INDESIDERATI.
Tra le altre cose, potrebbero verificarsi amenorrea, ginecomastia, galattorrea, iperprolattinemia e alterazioni della libido, tensione mammaria, sonnolenza, apatia, improvvisa voglia di comprare un cd di Gigi d'Alessio, gomito del tennista, colera, alluce valgo, voce da Santanchè, desiderio di leggere I love shopping, pustole nelle orecchie.
Grazie. Ora sì che le mie ansie sono sparite.
venerdì 28 giugno 2013
Respira a pieni polmoni
Una candela per ambienti all'aroma di Schnitzel e noodles oppure di fragrante bacon fresco di unto.
Non fa una piega. È il sogno di una vita.
Avere una casa che odora come un umido e muffoso pub tedesco.
Per rendere l'esperienza ancora più realistica e piacevole, si consiglia di rovesciare un po' di birra qui e là e magari vomitare un po' dietro alla porta e sotto al tavolo della sala.
E io che ero rimasta alle candele aromatiche ai fiori di biancospino e brezza mediterranea.
Non fa una piega. È il sogno di una vita.
Avere una casa che odora come un umido e muffoso pub tedesco.
Per rendere l'esperienza ancora più realistica e piacevole, si consiglia di rovesciare un po' di birra qui e là e magari vomitare un po' dietro alla porta e sotto al tavolo della sala.
E io che ero rimasta alle candele aromatiche ai fiori di biancospino e brezza mediterranea.
mercoledì 12 giugno 2013
Saudade
Casa.
Ho bisogno di tornare a casa
E di non sentirmi più come se avessi una polpetta gigante piantata in gola
Ho bisogno di svegliarmi e sentire che finalmente sono dove devo essere
Che fatica,
aspettare.
Ho bisogno di tornare a casa
E di non sentirmi più come se avessi una polpetta gigante piantata in gola
Ho bisogno di svegliarmi e sentire che finalmente sono dove devo essere
Che fatica,
aspettare.
mercoledì 29 maggio 2013
Il generale
Sì perchè mia madre non è una mamma da Mulino Bianco e Buitoni.
È più sullo stampo -generale dell'esercito insurrezionalista Cileno.
E arrivo a dirlo con quella nota di distacco e leggerezza che lo fa passare per battuta, quando da ridere non c'è un granchè.
Sì perchè, moralismi e pedanterie della serie "dai ma cazzo ti lamenti, non hai avuto un'infanzia difficile, tua madre non era una tossicodipendente che avrebbe venduto pure te per una dose" a parte, io con mia madre ho sempre avuto (e ho il sospetto che sempre avrò) un rapporto tutt'altro che stretto, viscerale, sereno.
A pelle, proprio a pelle, siamo incompatibili
Per differenze abissali che ci dividono, per poche inquietanti similitudini che anzichè unirci ci fanno solo irritare, per l'innaturalità della cosa.
Mia madre mi ha educata, alla fine dei conti più lei che mio padre. E devo ammettere che non ha fatto un lavoro malvagio. Almeno, credo.
Insomma, ho sempre saputo e praticato i fondamentali.
-Per favore e grazie, vorrei anzichè voglio, scusa-mi dispiace
-rispetto per gli adulti e i superiori
-obbedienza agli ordini (tralasciando vari episodi di ribelle insurrezione)
-silenzio quando la circostanza lo richiede
-masticare a bocca chiusa
-aspettare che ti venga offerto qualcosa e non arraffarlo famelicamente
-attendere pazientemente il proprio turno per muoversi e o parlare
-niente dita nel naso
insomme, ste cose qui.
Però. Però.
Però lei non è mai stata quella di un abbraccio spontaneo e affettuoso, da che io ho memoria (il che mi riporta indietro di almeno una 20ina d'anni).
Non è mai stata quella che nel vedere la mia faccia straziata dalle lacrime dei dolori adolescienziali, si sia seduta accanto a me e mi abbia chiesto "Ne vuoi parlare?... Chiara non piangere, i ragazzi sono degli stupidi.... Se ti ha ferita non ti meritava... Sai quanta felicità ti aspetta?", e tutto quel genere di frasi di poco conforto e molto affetto che in quei momenti ci si vuole sentir dire.
Non è mai stata quella di un invito a fare un giretto solo noi ragazze, dell'andare a comprare una maglietta o un paio di jeans o delle scarpe per andare a quella festa o un cazzo di gelato.
Non è mai stata quella del "com'è andata oggi, che hai fatto al lavoro?". Se qualcuno le chiedesse "che fa tua figlia?" non saprebbe rispondere. Non sapeva rispondere nemmeno quando, per un anno e mezzo, ho lavorato come copy junior. Alla domanda di cui sopra, rispondeva con aria di disapprovazione e smarrimento uno scocciato "lavora a Modena, dove fanno i volantini della pubblicità".
Cazzo no. Non facevo i volantini, mamma. Ma comunque.
È stata quella che ha contribuito a distruggere in partenza la mia autostima. Che ad oggi, all'alba dei 28 anni, è salda e consistente quanto un pelucco di polvere sotto al letto.
È sempre stata quella che, quando saltuariamente ritornavo da scuola giuliva e ridente, ed entrando in casa esordivo con uno scoppiettante "HO PRESO 9 IN LETTERE!" / "HO PRESO 9 NELL'INTERROGAZIONE DI INGLESE" (specifico che 9 era la massima votazione possibile), lei, con un dirompente entusiasmo che manco una faina imbalsamata ne avrebbe potuto avere meno, replicava freddamente "È il tuo dovere. E matematica invece, quando recuperi il 6?".
Niente entusiasmo. Nessun "BRAVA!". Nessun "batti un cinque, e ora a tavola che la pasta è cotta!".
Lei è sempre stata quella della sfiducia, dell'indifferenza, dell'osservarmi da lontano senza mai camminarmi accanto.
Facevo le gare di atletica, un tempo. Più che un tempo, un periodo. Circoscritto in un paio di anni. Ma comunque.
Lei e mio padre non sono mai venuti a vedermi, non mi hanno mai tifata o sostenuta o caricata. Al rientro da un 2° posto ai distrettuali credo, la reazione fu "quando andrai alle olimpiadi magari verremmo a vederti", con risatina ironica di accompagnamento.
Consapevoli che non avrei avuto costanza o capacità nemmeno in quello. Che ok, va bene, ammetto che io e lo sport non siamo mai stati due rette sovrapposte, però... però.
Però lei è sempre stata lì, ad educarmi. A sgridarmi. A ignorarmi. A non ascoltarmi. A indirizzarmi. A non saper ridere.
C'è sempre stata, e lo so. Ma non è mai stata con me.
Non è mai stata quella mamma di cui avevo bisogno
Quella che sì, sgrida e mette in punizione quando si fanno cazzate Ma anche quella che ti abbraccia quando ti vede gnolare e che ti chiede se quello stronzo ti ha poi lasciata in pace.
Oh mamma, quanto vorrei sentirti davvero mamma, sentire il suono di questa parola meravigliosa che mi fa sorridere solo mentre la sussurro e mi coccola quanto un dito dentro un vasetto di miele millefiori.
Quanto vorrei sentirti così vicina da avere una voglia vera di vederti quando torno a casa la sera.
Quanto vorrei sentirti ridere con me, quanto vorrei scambiarmi sguardi d'intesa, quanto vorrei che mi ascoltassi.
Quanto vorrei guardarci un film insieme, mangiando cupcakes e popcorn.
Quanto vorrei che mi capissi e riuscissi a non giudicarmi e incasellarmi perchè così diversa da te.
Ho nostalgia di questo noi mai esistito, mamma
È più sullo stampo -generale dell'esercito insurrezionalista Cileno.
E arrivo a dirlo con quella nota di distacco e leggerezza che lo fa passare per battuta, quando da ridere non c'è un granchè.
Sì perchè, moralismi e pedanterie della serie "dai ma cazzo ti lamenti, non hai avuto un'infanzia difficile, tua madre non era una tossicodipendente che avrebbe venduto pure te per una dose" a parte, io con mia madre ho sempre avuto (e ho il sospetto che sempre avrò) un rapporto tutt'altro che stretto, viscerale, sereno.
A pelle, proprio a pelle, siamo incompatibili
Per differenze abissali che ci dividono, per poche inquietanti similitudini che anzichè unirci ci fanno solo irritare, per l'innaturalità della cosa.
Mia madre mi ha educata, alla fine dei conti più lei che mio padre. E devo ammettere che non ha fatto un lavoro malvagio. Almeno, credo.
Insomma, ho sempre saputo e praticato i fondamentali.
-Per favore e grazie, vorrei anzichè voglio, scusa-mi dispiace
-rispetto per gli adulti e i superiori
-obbedienza agli ordini (tralasciando vari episodi di ribelle insurrezione)
-silenzio quando la circostanza lo richiede
-masticare a bocca chiusa
-aspettare che ti venga offerto qualcosa e non arraffarlo famelicamente
-attendere pazientemente il proprio turno per muoversi e o parlare
-niente dita nel naso
insomme, ste cose qui.
Però. Però.
Però lei non è mai stata quella di un abbraccio spontaneo e affettuoso, da che io ho memoria (il che mi riporta indietro di almeno una 20ina d'anni).
Non è mai stata quella che nel vedere la mia faccia straziata dalle lacrime dei dolori adolescienziali, si sia seduta accanto a me e mi abbia chiesto "Ne vuoi parlare?... Chiara non piangere, i ragazzi sono degli stupidi.... Se ti ha ferita non ti meritava... Sai quanta felicità ti aspetta?", e tutto quel genere di frasi di poco conforto e molto affetto che in quei momenti ci si vuole sentir dire.
Non è mai stata quella di un invito a fare un giretto solo noi ragazze, dell'andare a comprare una maglietta o un paio di jeans o delle scarpe per andare a quella festa o un cazzo di gelato.
Non è mai stata quella del "com'è andata oggi, che hai fatto al lavoro?". Se qualcuno le chiedesse "che fa tua figlia?" non saprebbe rispondere. Non sapeva rispondere nemmeno quando, per un anno e mezzo, ho lavorato come copy junior. Alla domanda di cui sopra, rispondeva con aria di disapprovazione e smarrimento uno scocciato "lavora a Modena, dove fanno i volantini della pubblicità".
Cazzo no. Non facevo i volantini, mamma. Ma comunque.
È stata quella che ha contribuito a distruggere in partenza la mia autostima. Che ad oggi, all'alba dei 28 anni, è salda e consistente quanto un pelucco di polvere sotto al letto.
È sempre stata quella che, quando saltuariamente ritornavo da scuola giuliva e ridente, ed entrando in casa esordivo con uno scoppiettante "HO PRESO 9 IN LETTERE!" / "HO PRESO 9 NELL'INTERROGAZIONE DI INGLESE" (specifico che 9 era la massima votazione possibile), lei, con un dirompente entusiasmo che manco una faina imbalsamata ne avrebbe potuto avere meno, replicava freddamente "È il tuo dovere. E matematica invece, quando recuperi il 6?".
Niente entusiasmo. Nessun "BRAVA!". Nessun "batti un cinque, e ora a tavola che la pasta è cotta!".
Lei è sempre stata quella della sfiducia, dell'indifferenza, dell'osservarmi da lontano senza mai camminarmi accanto.
Facevo le gare di atletica, un tempo. Più che un tempo, un periodo. Circoscritto in un paio di anni. Ma comunque.
Lei e mio padre non sono mai venuti a vedermi, non mi hanno mai tifata o sostenuta o caricata. Al rientro da un 2° posto ai distrettuali credo, la reazione fu "quando andrai alle olimpiadi magari verremmo a vederti", con risatina ironica di accompagnamento.
Consapevoli che non avrei avuto costanza o capacità nemmeno in quello. Che ok, va bene, ammetto che io e lo sport non siamo mai stati due rette sovrapposte, però... però.
Però lei è sempre stata lì, ad educarmi. A sgridarmi. A ignorarmi. A non ascoltarmi. A indirizzarmi. A non saper ridere.
C'è sempre stata, e lo so. Ma non è mai stata con me.
Non è mai stata quella mamma di cui avevo bisogno
Quella che sì, sgrida e mette in punizione quando si fanno cazzate Ma anche quella che ti abbraccia quando ti vede gnolare e che ti chiede se quello stronzo ti ha poi lasciata in pace.
Oh mamma, quanto vorrei sentirti davvero mamma, sentire il suono di questa parola meravigliosa che mi fa sorridere solo mentre la sussurro e mi coccola quanto un dito dentro un vasetto di miele millefiori.
Quanto vorrei sentirti così vicina da avere una voglia vera di vederti quando torno a casa la sera.
Quanto vorrei sentirti ridere con me, quanto vorrei scambiarmi sguardi d'intesa, quanto vorrei che mi ascoltassi.
Quanto vorrei guardarci un film insieme, mangiando cupcakes e popcorn.
Quanto vorrei che mi capissi e riuscissi a non giudicarmi e incasellarmi perchè così diversa da te.
Ho nostalgia di questo noi mai esistito, mamma
venerdì 24 maggio 2013
24 maggio
e fuori ci sono 9°.
9-g-r-a-d-i.
Così, mi sembrava giusto appuntare ai posteri il piacevolissimo clima primaverile cinguettante che ci stiamo godendo in questa plumbea emilia romagna.
Puah.
9-g-r-a-d-i.
Così, mi sembrava giusto appuntare ai posteri il piacevolissimo clima primaverile cinguettante che ci stiamo godendo in questa plumbea emilia romagna.
Puah.
giovedì 23 maggio 2013
Sarà al flòs?
Sarà che non mi sfogo mai fino a un limite socialmente-tollerabile. continuo sempre a reprimere e strizzare ogni attacco di rabbia e insofferenza compulsiva che mi si attanaglia addosso
Ridimensiono, smusso, levigo
anche quando avrei voglia di scoppiare, sparpagliarmi, urlare.
Non c'è niente di nuovo, niente di serio, niente per cui possa davvero lamentarmi e star qui a scrivere non so nemmeno io bene cosa.
C'è solo e sempre quella unica, pedante, pesante consapevolezza
che io qui ci sto stretta come una trota in una scatola di sardine.
Mi manca l'aria, mi manca tutto ciò che qui non c'è.
Si lo so.
C'è Lui, c'è un lavoro (cosa rara di sti tempi. Ma non nencessariamente cosa amata), c'è un tetto sulla testa, c'è la salute. C'è Lui. Ah, l'avevo già detto. Beh, è così. C'è.
Ma so di trovarmi nel posto sbagliato.
Sarà la mancanza di sfogo liberatorio, sarà il premestruo, sarà l'insofferenza della lontananza da Lui, sarà checcazzoneso.
Ma oggi vorrei rompere i vetri a forza di grida, prendere a clavate il pc, piangere fino a farmi staccare gli occhi dalle orbite e riempirmi di porcherie unte e tamugne come un panino del kebabbaro.
Sigh.
Ridimensiono, smusso, levigo
anche quando avrei voglia di scoppiare, sparpagliarmi, urlare.
Non c'è niente di nuovo, niente di serio, niente per cui possa davvero lamentarmi e star qui a scrivere non so nemmeno io bene cosa.
C'è solo e sempre quella unica, pedante, pesante consapevolezza
che io qui ci sto stretta come una trota in una scatola di sardine.
Mi manca l'aria, mi manca tutto ciò che qui non c'è.
Si lo so.
C'è Lui, c'è un lavoro (cosa rara di sti tempi. Ma non nencessariamente cosa amata), c'è un tetto sulla testa, c'è la salute. C'è Lui. Ah, l'avevo già detto. Beh, è così. C'è.
Ma so di trovarmi nel posto sbagliato.
Sarà la mancanza di sfogo liberatorio, sarà il premestruo, sarà l'insofferenza della lontananza da Lui, sarà checcazzoneso.
Ma oggi vorrei rompere i vetri a forza di grida, prendere a clavate il pc, piangere fino a farmi staccare gli occhi dalle orbite e riempirmi di porcherie unte e tamugne come un panino del kebabbaro.
Sigh.
mercoledì 8 maggio 2013
Post it
Ogni tanto ricompaio, come il brufolo sul mento.
Mi perdo tra le mie cose, la mia pigrizia e gli impegni veri.
Poi mi ricordo che certe cose vale la pena annotarle, da qualche parte.
Così, per rileggerle tra qualche mese e sorridere. O piuttosto per abbassare la testa, scuoterla e rassegnarsi al fatto che non c'è soluzione, sono proprio messa così.
Beh dunque.
Annotazione importante n.1: ieri sera, essendo Lui in Polonia (dove probabilmente si sta accorgendo di quanta fauna appetitosa e sexy gironzoli in giro, e stia ripensando al tacito impegno di monogamia), e non essendo io nel mood giusto per La lingua perduta delle Gru, mi son guardata sul piccì The vow. In italiano non so come l'abbiano (vergognosamente) tradotto, comunque è quella commedia con quel tizio gonfio come una nuvola ad aprile e Rachel McAdams, così bella da chiedersi se è vera. Quel film che, con una punta di distratto snobismo, mi ero rifiutata di vedere già mesi fa.
Ecco. Premesso che sì, non si parla di mostri del cinema o di regia da togliere il fiato, devo ammettere che mi è piaciucchiato.
E che ho, ca va sans dire, abbondantemente gnolato.
Ahhh, il post mestruo intriso di romanticismo melodrammatico.
Annotazione importante n.2: prima in ufficio è passato tale signor Paul..., di Colchester. Paul. Oh, dear. Con un accento così Brit e una voce così suadente che mi son sentita sciogliere come un marshmallow in microonde.
C'mon, seriously. Is there anything sexier than a British accent?
Nope.
[il Paul in questione sembrava uno sgabello, con un occhio a monte e uno a valle. Però aveva la voce di un angelo, I swear]
Ok, torno a sparire. Che magari la prossima volta annoto pensieri di uno spessore quantomeno visibile.
Mi perdo tra le mie cose, la mia pigrizia e gli impegni veri.
Poi mi ricordo che certe cose vale la pena annotarle, da qualche parte.
Così, per rileggerle tra qualche mese e sorridere. O piuttosto per abbassare la testa, scuoterla e rassegnarsi al fatto che non c'è soluzione, sono proprio messa così.
Beh dunque.
Annotazione importante n.1: ieri sera, essendo Lui in Polonia (dove probabilmente si sta accorgendo di quanta fauna appetitosa e sexy gironzoli in giro, e stia ripensando al tacito impegno di monogamia), e non essendo io nel mood giusto per La lingua perduta delle Gru, mi son guardata sul piccì The vow. In italiano non so come l'abbiano (vergognosamente) tradotto, comunque è quella commedia con quel tizio gonfio come una nuvola ad aprile e Rachel McAdams, così bella da chiedersi se è vera. Quel film che, con una punta di distratto snobismo, mi ero rifiutata di vedere già mesi fa.
Ecco. Premesso che sì, non si parla di mostri del cinema o di regia da togliere il fiato, devo ammettere che mi è piaciucchiato.
E che ho, ca va sans dire, abbondantemente gnolato.
Ahhh, il post mestruo intriso di romanticismo melodrammatico.
Annotazione importante n.2: prima in ufficio è passato tale signor Paul..., di Colchester. Paul. Oh, dear. Con un accento così Brit e una voce così suadente che mi son sentita sciogliere come un marshmallow in microonde.
C'mon, seriously. Is there anything sexier than a British accent?
Nope.
[il Paul in questione sembrava uno sgabello, con un occhio a monte e uno a valle. Però aveva la voce di un angelo, I swear]
Ok, torno a sparire. Che magari la prossima volta annoto pensieri di uno spessore quantomeno visibile.
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