lunedì 23 maggio 2011

venerdì 20 maggio 2011

Aridità creativa

Panno lenci infeltrito
No men's land
Rubinetto che non sgocciola
Deserto sub- Sahariano 
Camera iperbarica vuota
Steppa disabitata
Grande balla di fieno
Sabbia sul fondo del secchiello.
.
Il mio omino pilota oggi non collabora, le idee giocano a nascondino. 
E per una che sta gattonando nel mondo Copy, questa non è cosa buona e giusta. 
Ma proprio per niente. 

martedì 17 maggio 2011

Due giorni e un pò.


Aeroporto. Libro. Aereo. Applauso (imbarazzante). Controllo passaporti. Bus. Gherkin. Respiro che si blocca in gola. Prèt. Tube. Oxford St. Spese. Southestern. Eye. Occhi umidi. Blackheath. Sorriso e abbraccio. La Fox. Casa. Lacrime e gioia. Cena e giraffe. Nite nite. Kettle. Stbks. Jacket&tuna. Party. Curries. Bedtime. Cereali. Bluewater. Build a bear. Coccole. Twister. Coperte da rimboccare. “I love you…Don’t go away…Please can you stay with us?”. Lacrime e mascara colato. Decaff&Tv. Sonno interrotto. Coffe&toast con marmellata di fragole. Nodo allo stomaco. Taxi. Stnst. Bologna. Bus. Autostazione. Disorientamento. Bus. Confusione. Fiorano. 
Cuore stropicciato e rimasto là. 

lunedì 9 maggio 2011

Più di quel che vedi


Ragionavo sulle certezze. 
Quelle per cui proprio metteresti mani, piedi, faccia, culo e tutto il resto sul fuoco.
La prima, scontata, scialba e insapore, è che fondamentalmente siamo qui di passaggio.
Ignoto il
da dove e per dove, la certezza è che questa cosa che chiamiamo vita è una sorta di motel sulla route 66: una tappa.
Poi, c’è chi (credendoci e aggrappandocisi con strenua forza), punta al
proseguo.
E chi invece in quel motel ci fa la fine di Marion Crane.
Certezze più tangibili anche.
La coda in tangenziale il lunedì mattina.
Un aspetto a metà tra il grottesco e il post-bombardamento nel momento esatto in cui ti si para davanti una parvenza di soggetto interessante e interessato.
I testimoni di Geova che ti suonano il campanello (portandoti ad un passo dalla scomunica per il rosario di imprecazioni più colorito mai pronunciato prima) alla domenica mattina.
Il mestruo che arriva il giorno preciso della partenza per le vacanze estive.
L’applauso imbarazzante e distintivo degli Italiani all’atterraggio dell’aereo.
L’inesistenza di parcheggi vuoti a una distanza ragionevole dall’entrata del centro commerciale, in ogni piovoso, gelido e uggioso pomeriggio invernale.
La fila in posta a una qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche quando è chiusa.
L’orgasmico e appagante aumento di salivazione quando il primo boccone di pizza, fumante e profumato, sta per entrare in bocca.
E poi, loro.
Quelli che non hai scelto, sono loro ad aver scelto te. Quelli che ci sono da sempre. Quelli che ci sono da un po’. Quelli che se ne sono andati. Quelli che arriveranno.
Quelli che quando ci pensi, sono capriole e singhiozzo e battiti e incontenibile voglia di stringere.
Quelli che hanno ridisegnato le certezze e colorato le mancanze.
Quelli per i quali non riesci a trovare parole adatte, meritevoli, giuste, per dire Grazie.

venerdì 6 maggio 2011

Gomitolo di lana rossa, Oltremanica.


Voi due.
Sì, voi, sto parlando di voi, che sorridete mostrando fieri quei piccoli granelli bianchi discontinui e felici.
Che vi inerpicavate su ogni dove, albero, divano, monopattini, spalle arcuate di una tata tutt’occhi, come piccole scimmiette sotto effetto di allucinogeni scaduti.
Che ridevate e spero ridiate ancora a un volume imbarazzante.
Che farvi il bagno significava convertire il pavimento, i muri, il water e il bidet (il bidet! C’era il bidet!) in una battaglia navale persa con ammutinamento dell’intera flotta.
Che la mattina trotterellavate, tra delicati spintoni e soavi urla che manco Godzilla incazzato era capace di tanto caos, in cucina, vi arrampicavate sulle vostre rispettive sedie e aspettavate la vostra colazione.
Sovversivi. Quasi mai il porridge.
Che rincorrervi per strada mentre sui vostri scooters filavate via, in una scia traballante rossa e blu, non era mai faticoso.
Che vi impiastricciavate fino ai gomiti nel leccare la ciotola dove avevamo impastato i biscotti.
Che vi cercavate l’un l’altro dopo un minuto di lontananza.
Che i vostri capricci con tanto di lacrima isterica duravano lo spazio di un educativo ammonimento. Più o meno.
Che inciampavate nelle parole, ci giocavate e scivolavate sopra come su biglie colorate infrangibili.
Che sapevate di essere la priorità per mamma, papà, nonne, nonno, zio e quasi zia, e anche per me.
Che non vi fregava nulla di astanti e circostanze, c’eravate voi e tutto il resto era noia.
Che prendere il treno era trasformarsi in due Fievel alla conquista del West.
Che tirarvi le coperte fin sotto il mento prima di guardarvi stringere gli occhi, (le vostre lucine notturne sembravano più che altro lampade stroboscopiche), faceva sentire un po’ mamma, un po’ sorella grande.
Un po’ tanto felice.
Che nonostante tutto, intorno a voi era sempre un circo.
Voi.
Volevo dirvi che mi avete fatto perdere la testa nel primo momento in cui mi avete chiamata “Chiawa”, e avete messo le vostre manine paffute, con ancora i buchini sulle nocche e le dita appiccicose dalla cioccolata, dentro le mie.
Volevo dirvi grazie. 

lunedì 2 maggio 2011

This is the last time

Almeno una volta al giorno, me lo ripeto. Per piccoli, grandi, pungenti, stiracchiati perchè.
Intimamente consapevole che l'ultima volta non sarà, nemmeno questa volta.
L'ultima volta che mi sparo 25Km in bicicletta, così, di punto in bianco. Se volessi evitare di camminare come un cyborg, questa dovrebbe seriamente esser l'ultima. In alternativa, la prima di una serie costante. Ma costante davvero.
L'ultima volta che apro la scatola grigia dimenticando quello che contiene e costringendo il mio coeur a una strizzata, che neanche il mocio vileda dopo 3 ore di fatiche è messo così.
L'ultima volta che mi scopro stupidamente e indulgentemente sorpresa da chi o da cosa di sorprendente non aveva nulla. Ma proprio nulla. Era più palese e tautologico di un quadrupede con 4 zampe...e nonostante ciò, mi ha portata a ripercorrere il leit-motive sconforto-disinteresse-apatia.
L'ultima volta che ascolto pezzi in grado di smontare anche il sorriso plastico e sornione di Barbie. Pezzi che quando li senti, non sai se prendere un kleenex o infilarti in macchina, guidare alla cazzo per chilometri e chilometri, mettendo in loop parole e note che ti pizzicano gli occhi e stropicciano dentro.
The last time.
La prossima, forse.

martedì 26 aprile 2011

Bussa alla porta

Aprire una scatola piena di ieri.
E scoprirti, ancora, lì dentro.

Happiness is real only when shared

Dopo due giorni passati tra monti, tortellini, libri e tisane, mi sento ancora più consapevole. 
Della rodata, sospirata, masticata, anelata verità
Quanto più la visione d'insieme è cristallina, tanto più la mancanza prende forma, colore, odore, sapore. 

venerdì 22 aprile 2011

Peggio che rubare in chiesa

“Questa mattina – racconta Berlusconi – stavo inseguendo la mia segretaria per farmela sul tavolo e mi ha detto: ‘Presidente, lo abbiamo fatto due ore fa’. Le ho detto: ‘Vedi, è la memoria che mi fa difetto’”
Leggere il giornale di prima mattina, occhi ancora incollati e capelli incazzati, e trovare un overture del genere. 
Altro che voglia di tornare a nascondersi nel cumulo di coperte stropicciate. 
La voglia è di andare in questura e farsi cambiare la cittadinanza. 

domenica 17 aprile 2011

Già.

"What I want is to be needed. What I need is to be indispensable to somebody. Who I need is somebody that will eat up all my free time, my ego, my attention. Somebody addicted to me. A mutual addiction."
Che altro aggiungere?
Giro pagina e continuo a conoscerti, Chuck.
E a sentirmi come appena svegliata da una lunga perdita di coscienza.
Anamnesi parziale.
Tu invece sai anche quanto zucchero metto nel caffè.