Sì perchè mia madre non è una mamma da Mulino Bianco e Buitoni.
È più sullo stampo -generale dell'esercito insurrezionalista Cileno.
E arrivo a dirlo con quella nota di distacco e leggerezza che lo fa passare per battuta, quando da ridere non c'è un granchè.
Sì perchè, moralismi e pedanterie della serie "dai ma cazzo ti lamenti, non hai avuto un'infanzia difficile, tua madre non era una tossicodipendente che avrebbe venduto pure te per una dose" a parte, io con mia madre ho sempre avuto (e ho il sospetto che sempre avrò) un rapporto tutt'altro che stretto, viscerale, sereno.
A pelle, proprio a pelle, siamo incompatibili
Per differenze abissali che ci dividono, per poche inquietanti similitudini che anzichè unirci ci fanno solo irritare, per l'innaturalità della cosa.
Mia madre mi ha educata, alla fine dei conti più lei che mio padre. E devo ammettere che non ha fatto un lavoro malvagio. Almeno, credo.
Insomma, ho sempre saputo e praticato i fondamentali.
-Per favore e grazie, vorrei anzichè voglio, scusa-mi dispiace
-rispetto per gli adulti e i superiori
-obbedienza agli ordini (tralasciando vari episodi di ribelle insurrezione)
-silenzio quando la circostanza lo richiede
-masticare a bocca chiusa
-aspettare che ti venga offerto qualcosa e non arraffarlo famelicamente
-attendere pazientemente il proprio turno per muoversi e o parlare
-niente dita nel naso
insomme, ste cose qui.
Però. Però.
Però lei non è mai stata quella di un abbraccio spontaneo e affettuoso, da che io ho memoria (il che mi riporta indietro di almeno una 20ina d'anni).
Non è mai stata quella che nel vedere la mia faccia straziata dalle lacrime dei dolori adolescienziali, si sia seduta accanto a me e mi abbia chiesto "Ne vuoi parlare?... Chiara non piangere, i ragazzi sono degli stupidi.... Se ti ha ferita non ti meritava... Sai quanta felicità ti aspetta?", e tutto quel genere di frasi di poco conforto e molto affetto che in quei momenti ci si vuole sentir dire.
Non è mai stata quella di un invito a fare un giretto solo noi ragazze, dell'andare a comprare una maglietta o un paio di jeans o delle scarpe per andare a quella festa o un cazzo di gelato.
Non è mai stata quella del "com'è andata oggi, che hai fatto al lavoro?". Se qualcuno le chiedesse "che fa tua figlia?" non saprebbe rispondere. Non sapeva rispondere nemmeno quando, per un anno e mezzo, ho lavorato come copy junior. Alla domanda di cui sopra, rispondeva con aria di disapprovazione e smarrimento uno scocciato "lavora a Modena, dove fanno i volantini della pubblicità".
Cazzo no. Non facevo i volantini, mamma. Ma comunque.
È stata quella che ha contribuito a distruggere in partenza la mia autostima. Che ad oggi, all'alba dei 28 anni, è salda e consistente quanto un pelucco di polvere sotto al letto.
È sempre stata quella che, quando saltuariamente ritornavo da scuola giuliva e ridente, ed entrando in casa esordivo con uno scoppiettante "HO PRESO 9 IN LETTERE!" / "HO PRESO 9 NELL'INTERROGAZIONE DI INGLESE" (specifico che 9 era la massima votazione possibile), lei, con un dirompente entusiasmo che manco una faina imbalsamata ne avrebbe potuto avere meno, replicava freddamente "È il tuo dovere. E matematica invece, quando recuperi il 6?".
Niente entusiasmo. Nessun "BRAVA!". Nessun "batti un cinque, e ora a tavola che la pasta è cotta!".
Lei è sempre stata quella della sfiducia, dell'indifferenza, dell'osservarmi da lontano senza mai camminarmi accanto.
Facevo le gare di atletica, un tempo. Più che un tempo, un periodo. Circoscritto in un paio di anni. Ma comunque.
Lei e mio padre non sono mai venuti a vedermi, non mi hanno mai tifata o sostenuta o caricata. Al rientro da un 2° posto ai distrettuali credo, la reazione fu "quando andrai alle olimpiadi magari verremmo a vederti", con risatina ironica di accompagnamento.
Consapevoli che non avrei avuto costanza o capacità nemmeno in quello. Che ok, va bene, ammetto che io e lo sport non siamo mai stati due rette sovrapposte, però... però.
Però lei è sempre stata lì, ad educarmi. A sgridarmi. A ignorarmi. A non ascoltarmi. A indirizzarmi. A non saper ridere.
C'è sempre stata, e lo so. Ma non è mai stata con me.
Non è mai stata quella mamma di cui avevo bisogno
Quella che sì, sgrida e mette in punizione quando si fanno cazzate Ma anche quella che ti abbraccia quando ti vede gnolare e che ti chiede se quello stronzo ti ha poi lasciata in pace.
Oh mamma, quanto vorrei sentirti davvero mamma, sentire il suono di questa parola meravigliosa che mi fa sorridere solo mentre la sussurro e mi coccola quanto un dito dentro un vasetto di miele millefiori.
Quanto vorrei sentirti così vicina da avere una voglia vera di vederti quando torno a casa la sera.
Quanto vorrei sentirti ridere con me, quanto vorrei scambiarmi sguardi d'intesa, quanto vorrei che mi ascoltassi.
Quanto vorrei guardarci un film insieme, mangiando cupcakes e popcorn.
Quanto vorrei che mi capissi e riuscissi a non giudicarmi e incasellarmi perchè così diversa da te.
Ho nostalgia di questo noi mai esistito, mamma
mercoledì 29 maggio 2013
venerdì 24 maggio 2013
24 maggio
e fuori ci sono 9°.
9-g-r-a-d-i.
Così, mi sembrava giusto appuntare ai posteri il piacevolissimo clima primaverile cinguettante che ci stiamo godendo in questa plumbea emilia romagna.
Puah.
9-g-r-a-d-i.
Così, mi sembrava giusto appuntare ai posteri il piacevolissimo clima primaverile cinguettante che ci stiamo godendo in questa plumbea emilia romagna.
Puah.
giovedì 23 maggio 2013
Sarà al flòs?
Sarà che non mi sfogo mai fino a un limite socialmente-tollerabile. continuo sempre a reprimere e strizzare ogni attacco di rabbia e insofferenza compulsiva che mi si attanaglia addosso
Ridimensiono, smusso, levigo
anche quando avrei voglia di scoppiare, sparpagliarmi, urlare.
Non c'è niente di nuovo, niente di serio, niente per cui possa davvero lamentarmi e star qui a scrivere non so nemmeno io bene cosa.
C'è solo e sempre quella unica, pedante, pesante consapevolezza
che io qui ci sto stretta come una trota in una scatola di sardine.
Mi manca l'aria, mi manca tutto ciò che qui non c'è.
Si lo so.
C'è Lui, c'è un lavoro (cosa rara di sti tempi. Ma non nencessariamente cosa amata), c'è un tetto sulla testa, c'è la salute. C'è Lui. Ah, l'avevo già detto. Beh, è così. C'è.
Ma so di trovarmi nel posto sbagliato.
Sarà la mancanza di sfogo liberatorio, sarà il premestruo, sarà l'insofferenza della lontananza da Lui, sarà checcazzoneso.
Ma oggi vorrei rompere i vetri a forza di grida, prendere a clavate il pc, piangere fino a farmi staccare gli occhi dalle orbite e riempirmi di porcherie unte e tamugne come un panino del kebabbaro.
Sigh.
Ridimensiono, smusso, levigo
anche quando avrei voglia di scoppiare, sparpagliarmi, urlare.
Non c'è niente di nuovo, niente di serio, niente per cui possa davvero lamentarmi e star qui a scrivere non so nemmeno io bene cosa.
C'è solo e sempre quella unica, pedante, pesante consapevolezza
che io qui ci sto stretta come una trota in una scatola di sardine.
Mi manca l'aria, mi manca tutto ciò che qui non c'è.
Si lo so.
C'è Lui, c'è un lavoro (cosa rara di sti tempi. Ma non nencessariamente cosa amata), c'è un tetto sulla testa, c'è la salute. C'è Lui. Ah, l'avevo già detto. Beh, è così. C'è.
Ma so di trovarmi nel posto sbagliato.
Sarà la mancanza di sfogo liberatorio, sarà il premestruo, sarà l'insofferenza della lontananza da Lui, sarà checcazzoneso.
Ma oggi vorrei rompere i vetri a forza di grida, prendere a clavate il pc, piangere fino a farmi staccare gli occhi dalle orbite e riempirmi di porcherie unte e tamugne come un panino del kebabbaro.
Sigh.
mercoledì 8 maggio 2013
Post it
Ogni tanto ricompaio, come il brufolo sul mento.
Mi perdo tra le mie cose, la mia pigrizia e gli impegni veri.
Poi mi ricordo che certe cose vale la pena annotarle, da qualche parte.
Così, per rileggerle tra qualche mese e sorridere. O piuttosto per abbassare la testa, scuoterla e rassegnarsi al fatto che non c'è soluzione, sono proprio messa così.
Beh dunque.
Annotazione importante n.1: ieri sera, essendo Lui in Polonia (dove probabilmente si sta accorgendo di quanta fauna appetitosa e sexy gironzoli in giro, e stia ripensando al tacito impegno di monogamia), e non essendo io nel mood giusto per La lingua perduta delle Gru, mi son guardata sul piccì The vow. In italiano non so come l'abbiano (vergognosamente) tradotto, comunque è quella commedia con quel tizio gonfio come una nuvola ad aprile e Rachel McAdams, così bella da chiedersi se è vera. Quel film che, con una punta di distratto snobismo, mi ero rifiutata di vedere già mesi fa.
Ecco. Premesso che sì, non si parla di mostri del cinema o di regia da togliere il fiato, devo ammettere che mi è piaciucchiato.
E che ho, ca va sans dire, abbondantemente gnolato.
Ahhh, il post mestruo intriso di romanticismo melodrammatico.
Annotazione importante n.2: prima in ufficio è passato tale signor Paul..., di Colchester. Paul. Oh, dear. Con un accento così Brit e una voce così suadente che mi son sentita sciogliere come un marshmallow in microonde.
C'mon, seriously. Is there anything sexier than a British accent?
Nope.
[il Paul in questione sembrava uno sgabello, con un occhio a monte e uno a valle. Però aveva la voce di un angelo, I swear]
Ok, torno a sparire. Che magari la prossima volta annoto pensieri di uno spessore quantomeno visibile.
Mi perdo tra le mie cose, la mia pigrizia e gli impegni veri.
Poi mi ricordo che certe cose vale la pena annotarle, da qualche parte.
Così, per rileggerle tra qualche mese e sorridere. O piuttosto per abbassare la testa, scuoterla e rassegnarsi al fatto che non c'è soluzione, sono proprio messa così.
Beh dunque.
Annotazione importante n.1: ieri sera, essendo Lui in Polonia (dove probabilmente si sta accorgendo di quanta fauna appetitosa e sexy gironzoli in giro, e stia ripensando al tacito impegno di monogamia), e non essendo io nel mood giusto per La lingua perduta delle Gru, mi son guardata sul piccì The vow. In italiano non so come l'abbiano (vergognosamente) tradotto, comunque è quella commedia con quel tizio gonfio come una nuvola ad aprile e Rachel McAdams, così bella da chiedersi se è vera. Quel film che, con una punta di distratto snobismo, mi ero rifiutata di vedere già mesi fa.
Ecco. Premesso che sì, non si parla di mostri del cinema o di regia da togliere il fiato, devo ammettere che mi è piaciucchiato.
E che ho, ca va sans dire, abbondantemente gnolato.
Ahhh, il post mestruo intriso di romanticismo melodrammatico.
Annotazione importante n.2: prima in ufficio è passato tale signor Paul..., di Colchester. Paul. Oh, dear. Con un accento così Brit e una voce così suadente che mi son sentita sciogliere come un marshmallow in microonde.
C'mon, seriously. Is there anything sexier than a British accent?
Nope.
[il Paul in questione sembrava uno sgabello, con un occhio a monte e uno a valle. Però aveva la voce di un angelo, I swear]
Ok, torno a sparire. Che magari la prossima volta annoto pensieri di uno spessore quantomeno visibile.
giovedì 18 aprile 2013
Appiccicume
In queste ore di fiato sospeso e coglioni cascanti (uhlalla, che tocco di classe) per quegli avariati parassiti riuniti nel tentativo di peggiorare ulteriormente un'opinione pubblica già stracciata e sfiduciata, rifletto un momento sulle cose appiccicose, quelle talmente zuccherose e smielose e picci-picci-cose che aumentano la produzione di succhi gastrici.
Ho sempre avuto un pessimo rapporto con i marshmallows. Santammaria, era come versarsi in bocca una zuccheriera piena.
E anche con quelle caramelle gommose che si appiccicavano ai denti e quando andavi al controllo la dentista ti trovava un pezzetto di orsetto arancione che stanziava lì probabilmente dal '92.
Con gli schiumini, volgarmente chiamati meringhe, era stato amore a primo morso. Poi, dopo che La Nonna me ne aveva comprati ininterrottamente per circa una decade, è stato odio.
Triste, ma inevitabile separazione.
Il miele. Il miele c'è sempre stato, c'era quando veniva spalmato sul ciuccio per placare pianti isterici, c'era quando lo spalmavo su una fetta di pane caldo ricoperta di burro fresco, c'è ora quando diventa la meravigliosa base per la marmellata di amarene.
Ah miele mio, che amore che sei.
Poi ci sono le coppie. Sì, quelle coppie così dolciose e paciugose che le vedi e ti viene diretto un attacco di iperglicemia. Quelle coppie che si limonano come non ci fosse un domani, quelle coppie che lei incenerisce il povero lui che sta ordinando un McCrispyBacon all'addettA del McDrive, intabarrata in quell'uniforme che la fa assomigliare a una lontra imbalsamata, che renderebbe asessuato qualsiasi uomo.
Ecco. Quelle coppie mi hanno sempre fatto un po' sorridere, mi chiedevo "mo maaama, ma che bisogno c'è?", e mi veniva pure un po' di ridarola.
Poi è arrivato Lui.
E cazzo, ho paura di essere entrata a piedi pari nella categoria di cui sopra.
A Lui risparmio le occhiatacce al McDonalad's però, questo sia chiaro.
E alla fine i nostri limoni pubblici sono sobri. Circa.
Però sta di fatto che quando lo guardo mi sento come un bastoncino di zucchero filato caramellato, ricoperto di melassa e messo sotto al sole del 30 di luglio.
Una fusione completa e inspiegabile di demenza e zuccherosità.
Ho sempre avuto un pessimo rapporto con i marshmallows. Santammaria, era come versarsi in bocca una zuccheriera piena.
E anche con quelle caramelle gommose che si appiccicavano ai denti e quando andavi al controllo la dentista ti trovava un pezzetto di orsetto arancione che stanziava lì probabilmente dal '92.
Con gli schiumini, volgarmente chiamati meringhe, era stato amore a primo morso. Poi, dopo che La Nonna me ne aveva comprati ininterrottamente per circa una decade, è stato odio.
Triste, ma inevitabile separazione.
Il miele. Il miele c'è sempre stato, c'era quando veniva spalmato sul ciuccio per placare pianti isterici, c'era quando lo spalmavo su una fetta di pane caldo ricoperta di burro fresco, c'è ora quando diventa la meravigliosa base per la marmellata di amarene.
Ah miele mio, che amore che sei.
Poi ci sono le coppie. Sì, quelle coppie così dolciose e paciugose che le vedi e ti viene diretto un attacco di iperglicemia. Quelle coppie che si limonano come non ci fosse un domani, quelle coppie che lei incenerisce il povero lui che sta ordinando un McCrispyBacon all'addettA del McDrive, intabarrata in quell'uniforme che la fa assomigliare a una lontra imbalsamata, che renderebbe asessuato qualsiasi uomo.
Ecco. Quelle coppie mi hanno sempre fatto un po' sorridere, mi chiedevo "mo maaama, ma che bisogno c'è?", e mi veniva pure un po' di ridarola.
Poi è arrivato Lui.
E cazzo, ho paura di essere entrata a piedi pari nella categoria di cui sopra.
A Lui risparmio le occhiatacce al McDonalad's però, questo sia chiaro.
E alla fine i nostri limoni pubblici sono sobri. Circa.
Però sta di fatto che quando lo guardo mi sento come un bastoncino di zucchero filato caramellato, ricoperto di melassa e messo sotto al sole del 30 di luglio.
Una fusione completa e inspiegabile di demenza e zuccherosità.
venerdì 12 aprile 2013
Ho un sacco di cose che non ho
-Il naso dritto, corto, magari sbruffone con punta all'insù, e narici entro limiti di ampiezza tollerabili. E invece mi ritrovo un naso che sembra che racconti balle da 10 anni, con due canappe che ci potrebbe passare un tubetto di Vicks sinex in orizzontale.
-Uno sguardo fresco e riposato, nemmeno se dormo 12 ore di fila senza nemmeno una pausa pipì. Altro regalo dei geni paterni: un paio di belle occhiaia bluastre che mi affanno quotidianamente a coprire con correttori e creme di ogni tipo, e che a fine giornata ricompaiono tranquillamente e sfacciatamente come nulla le avesse squassate.
-Una pelle di un colorito normale. Santiddio, avere la pelle olivastra-verdastra va bene giusto per quei 7/10 giorni l'anno in cui ci si abbronza. Per i restanti 358-355 ti fa assomigliare paurosamente a una povera derelitta chiusa in casa col virus da 2 settimane.
-Muscoli. Praticamente sono un essere verebrato con un involucro buttato lì a coprire il tutto. La mia struttura muscolare è sviluppata tanto quanto quella di una coca-cola gommosa.
-Sicurezza e autostima. Qui è come sparare sulla croce rossa. Quando distribuivano quel minimo sindacale di fiducia nelle proprie capacità e autostima, io ero probabilmente nella fila sbagliata... tipo in quella per il bagno.(Vedi tre punti sotto).
-Un conto in banca grasso e tracotante. Il mio assomiglia piuttosto al ladro smilzo e svogliato che ruba i dalmata ne La carica dei 101.
-Fiducia, in me e anche un po' negli altri. Che a dire il vero potrei abbinarla alla mancanza descritta due punti sopra. E che poi no, io del prossimo mi fido, fin troppo. Il problema nasce quando inizio ad attaccarmi in modalità zecca a qualcuno, così forte e così selvaggiamente che non mi staccherei nemmeno con 10 fialette di Frontline. Ecco. Lì diventa difficile per me riuscire a credere che questa persona, prima o poi, non decida di liberarsi di me in maniera violenta. O non si accorga che in fondo le zecche sono robe poco piacevoli da avere addosso.
-Una vescica con capacità contenitive accettabili. Devo far pipì ogni ora, più o meno. A volte anche più spesso. Mi son rassegnata all'idea che probabilmente a 60anni avrò un catetere cotidie.
E poi mi fermo qui. Che a rileggere questo elenco vorrei tornare a casa, nascondermi sotto al panno con una scorta di libri e film e provviste e ovviamente Lui, e non riemergere per almeno 6 mesi.
-Uno sguardo fresco e riposato, nemmeno se dormo 12 ore di fila senza nemmeno una pausa pipì. Altro regalo dei geni paterni: un paio di belle occhiaia bluastre che mi affanno quotidianamente a coprire con correttori e creme di ogni tipo, e che a fine giornata ricompaiono tranquillamente e sfacciatamente come nulla le avesse squassate.
-Una pelle di un colorito normale. Santiddio, avere la pelle olivastra-verdastra va bene giusto per quei 7/10 giorni l'anno in cui ci si abbronza. Per i restanti 358-355 ti fa assomigliare paurosamente a una povera derelitta chiusa in casa col virus da 2 settimane.
-Muscoli. Praticamente sono un essere verebrato con un involucro buttato lì a coprire il tutto. La mia struttura muscolare è sviluppata tanto quanto quella di una coca-cola gommosa.
-Sicurezza e autostima. Qui è come sparare sulla croce rossa. Quando distribuivano quel minimo sindacale di fiducia nelle proprie capacità e autostima, io ero probabilmente nella fila sbagliata... tipo in quella per il bagno.(Vedi tre punti sotto).
-Un conto in banca grasso e tracotante. Il mio assomiglia piuttosto al ladro smilzo e svogliato che ruba i dalmata ne La carica dei 101.
-Fiducia, in me e anche un po' negli altri. Che a dire il vero potrei abbinarla alla mancanza descritta due punti sopra. E che poi no, io del prossimo mi fido, fin troppo. Il problema nasce quando inizio ad attaccarmi in modalità zecca a qualcuno, così forte e così selvaggiamente che non mi staccherei nemmeno con 10 fialette di Frontline. Ecco. Lì diventa difficile per me riuscire a credere che questa persona, prima o poi, non decida di liberarsi di me in maniera violenta. O non si accorga che in fondo le zecche sono robe poco piacevoli da avere addosso.
-Una vescica con capacità contenitive accettabili. Devo far pipì ogni ora, più o meno. A volte anche più spesso. Mi son rassegnata all'idea che probabilmente a 60anni avrò un catetere cotidie.
E poi mi fermo qui. Che a rileggere questo elenco vorrei tornare a casa, nascondermi sotto al panno con una scorta di libri e film e provviste e ovviamente Lui, e non riemergere per almeno 6 mesi.
martedì 2 aprile 2013
Al ladro, al ladro
La prima ed unica volta che sono stata derubata, fino a ieri l'altro, risale probabilmente a 20 anni fa, ai primi anni dei banchi e del grembiulino nero.
Probabilmente avevo uno di quei pacchettini con 4 biro di colori improbabili, glitterate, che mia nonna mi aveva comprato in edicola insieme alle figurine dell'album de La Bella e la Bestia.
E probabilmente ne avevo qualcuna rara, di quelle a numero basso, scontornate, di quelle che si trovavano una volta ogni 4/5 bustine. E sempre probabilmente, qualcuno mi aveva rubato la rosa, quella che ogni petalo caduto era un anno in più per La Bestia, fino al suo decesso.
Sì, probabilmente quella è stata la prima ed unica volta, fino a domenica notte.
Ah no, forse anche all'asilo. Forse qualcuno aveva preso impunitamente una delle mie formine di plastica arancione per fare le stelle marine nella sabbia umidiccia del giardino.
Dal secchiello rosa fiorito ne mancava sempre qualcuna.
Da allora, furto-free fino ai 27 anni e mezzo.
Fino a che non andiamo a farci il w/e al mare. CazzodiMilanoMarittima. SupercazzodiPineta.
E lì, sotto ai miei occhi, a quelli di Lui e di altre 5/6 persone, la mia borsa (unica borsa di qualche valore mai entrata nel mio armadio, tra l'altro) sparisce. Pouff. La mia borsa, con dentro il mio telefono nuovo comprato accumulando monetine come ghiande da scorta invernale. Con dentro la mia carta d'identità, con la mia faccia che più improbabile non si può. Con dentro gli ultimi contanti-a due zeri orcogggiuda-rimasti. Con dentro il correttore miracoloso comprato il giorno prima, il rossetto prepotente che tanto piace a Lui, la chiave da 1/2 kg dell'albergo che ci è poi costata 35cazzodieuro, e il tagliando del guardaroba.
Che ovviamente porta il/la ladro/a a rubarmi pure il cappotto dal guardaroba stesso.
Col risultato che esco da quella maledetta discoteca senza giacca, senza borsa, in passivo di circa 1.200 euro.
Un weekend assolutamente fantastico, proprio.
Cazzo.
Probabilmente avevo uno di quei pacchettini con 4 biro di colori improbabili, glitterate, che mia nonna mi aveva comprato in edicola insieme alle figurine dell'album de La Bella e la Bestia.
E probabilmente ne avevo qualcuna rara, di quelle a numero basso, scontornate, di quelle che si trovavano una volta ogni 4/5 bustine. E sempre probabilmente, qualcuno mi aveva rubato la rosa, quella che ogni petalo caduto era un anno in più per La Bestia, fino al suo decesso.
Sì, probabilmente quella è stata la prima ed unica volta, fino a domenica notte.
Ah no, forse anche all'asilo. Forse qualcuno aveva preso impunitamente una delle mie formine di plastica arancione per fare le stelle marine nella sabbia umidiccia del giardino.
Dal secchiello rosa fiorito ne mancava sempre qualcuna.
Da allora, furto-free fino ai 27 anni e mezzo.
Fino a che non andiamo a farci il w/e al mare. CazzodiMilanoMarittima. SupercazzodiPineta.
E lì, sotto ai miei occhi, a quelli di Lui e di altre 5/6 persone, la mia borsa (unica borsa di qualche valore mai entrata nel mio armadio, tra l'altro) sparisce. Pouff. La mia borsa, con dentro il mio telefono nuovo comprato accumulando monetine come ghiande da scorta invernale. Con dentro la mia carta d'identità, con la mia faccia che più improbabile non si può. Con dentro gli ultimi contanti-a due zeri orcogggiuda-rimasti. Con dentro il correttore miracoloso comprato il giorno prima, il rossetto prepotente che tanto piace a Lui, la chiave da 1/2 kg dell'albergo che ci è poi costata 35cazzodieuro, e il tagliando del guardaroba.
Che ovviamente porta il/la ladro/a a rubarmi pure il cappotto dal guardaroba stesso.
Col risultato che esco da quella maledetta discoteca senza giacca, senza borsa, in passivo di circa 1.200 euro.
Un weekend assolutamente fantastico, proprio.
Cazzo.
martedì 19 marzo 2013
Quality time
Latitare.
[la-ti-tà-re] v.intr. (aus. avere; làtito ecc.) [sogg-v]
Sono giorni e giorni che mi nascondo e mi arrotolo su me stessa.Riverso la ridicola dose giornaliera di energia nel Lonely Lab-diversamentechiamatoufficio, col risultato che ho sempre meno tempo per le uniche cose che contano davvero.
Tempo.
Per Lui e per noi, che le poche ore insieme non sono mai abbastanza.
Per un'AmicaMammaCalzina e il suo fagiolo, che devo ancora stringere dopo mesi di primi sorrisi e pupù e ba-ba-ba e notti insonni e gioia infinita.
Per libri con la L maiuscola, di quelli che ti chiedi perchè solo ora si sono spogliati così meravigliosamente davanti ai tuoi occhi, sotto alle tue dita.
Per riversare barlumi di creatività, guizzi di demenza e strascichi di reszdoraggine tra pentole e tegami, tra burro e farina, tra uova e spezie.
Per mettermi al collo la reflex e andarmene in giro a cercare poesie da catturare.
Per fare un lavoro di restauro certosino al mio corpo. Partendo dalle unghie dei piedi fino ad arrivare a ogni singolo capello. Che qui mi sto decomponendo anzitempo.
Per aiutare mio nonno a fare il suo puzzle infattibile. Consapevole che in un'ora riuscirò ad incastrare a forza due pezzi che non vanno assolutamente insieme, presa dalla frustrazione.
Per piantare dei cespugli di lamponi e fragoline di bosco.
Tempo.
venerdì 22 febbraio 2013
Venerdì e non sentirlo
Vorrei passare il resto della giornata ad ingozzarmi di tortellini in brodo fumanti, a smangiucchiare gnocco fritto farcito con tutto il maiale possibile e a darmi il colpo finale con pizza fatta in casa bella fragrante.
Fiumi di sangria a sciacquare tutto.
E invece sono incollata e rattrappita davanti a robe che riescono a solleticare la mia attenzione e la mia costanza quanto un chewingum pestato e rinsecchito sul marciapiede.
Ohggesù che stanchezza.
Fiumi di sangria a sciacquare tutto.
E invece sono incollata e rattrappita davanti a robe che riescono a solleticare la mia attenzione e la mia costanza quanto un chewingum pestato e rinsecchito sul marciapiede.
Ohggesù che stanchezza.
martedì 12 febbraio 2013
La nebbia dentro
Che c'ho pure un'altra nonna, io. Oltre a Quella Nonna qua.
E questa nonna c'è e non c'è.
C'è, perchè con i suoi denti casuali e sfortunati come una partita a dadi persa, con le sue gambe lente e nodose, solcate da vene e anni di rinunce, con i suoi capelli che la piega la vedono quando in piedi ci riesce a stare da sola, lei c'è.
Non c'è, perchè i suoi ricordi iniziano a mescolarsi e confondersi come sale nell'acqua, perchè le sue parole non trovano sempre un ordine e un senso, perchè i suoi occhi sono spenti e persi in un giorno ormai dimenticato.
Un alzheimer galoppante, un parkinson prepotente.
E tutto inizia a stingersi, i suoi ieri sono sbriciolati e tenuti insieme da scotch umido, i suoi oggi saltellano qui e là con una confusione quasi buffa. Quasi.
Sentirmi chiamare con tutti i nomi possibili tranne che il mio, ascoltare paziente incontri fantomatici con personaggi mai conosciuti, far finta di gustarmi una luculliana torta a base di sale, polenta, miele e meticolosa confusione.
Sembra di giocare con un bambino. Farlo vincere sempre, assecondarlo, proteggerlo dagli spigoli, dalle discese, dal forno acceso e dal freddo di gennaio.
Senza la meraviglia però, senza la sorpresa, senza tutte le calde speranze da riporre in un futuro meraviglioso.
Oh nonna. Quanto vorrei stringerti forte e farti sentire a casa.
E questa nonna c'è e non c'è.
C'è, perchè con i suoi denti casuali e sfortunati come una partita a dadi persa, con le sue gambe lente e nodose, solcate da vene e anni di rinunce, con i suoi capelli che la piega la vedono quando in piedi ci riesce a stare da sola, lei c'è.
Non c'è, perchè i suoi ricordi iniziano a mescolarsi e confondersi come sale nell'acqua, perchè le sue parole non trovano sempre un ordine e un senso, perchè i suoi occhi sono spenti e persi in un giorno ormai dimenticato.
Un alzheimer galoppante, un parkinson prepotente.
E tutto inizia a stingersi, i suoi ieri sono sbriciolati e tenuti insieme da scotch umido, i suoi oggi saltellano qui e là con una confusione quasi buffa. Quasi.
Sentirmi chiamare con tutti i nomi possibili tranne che il mio, ascoltare paziente incontri fantomatici con personaggi mai conosciuti, far finta di gustarmi una luculliana torta a base di sale, polenta, miele e meticolosa confusione.
Sembra di giocare con un bambino. Farlo vincere sempre, assecondarlo, proteggerlo dagli spigoli, dalle discese, dal forno acceso e dal freddo di gennaio.
Senza la meraviglia però, senza la sorpresa, senza tutte le calde speranze da riporre in un futuro meraviglioso.
Oh nonna. Quanto vorrei stringerti forte e farti sentire a casa.
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